quarta serata: arca

La compagnia teatrale ARCA nasce nel 1980 per volontà del gruppo parrocchiale della Chiesa della Sacra Famiglia di Borgo Trevi (PG) che, per la prima volta, presenta in occasione della festa del Patrono del paese, la commedia “Renzo e Lucia 15 anni dopo”, parodia della celeberrima opera del Manzoni. Visto il notevole successo e il grande entusiasmo degli attori, si decide di creare una vera e propria compagnia teatrale: il nome “Arca” viene adottato a testimonianza della volontà dei fondatori di considerare la neonata compagnia come una grande nave sulla quale chiunque ne faccia richiesta può salpare diretto alla scoperta dell’affascinante mondo del teatro. Nel 1982 viene messo in scena il secondo spettacolo: “Semo tutti commendatò”, di Stelvio Sbardella, replicata più volte con grande soddisfazione degli appartenenti alla compa-gnia.
Data la giovane età degli attori moti i essi, nel corso degli anni, abbandonano il gruppo. Grazie alla caparbietà di Naio Beldini e di Graziano Sirci che si preoccupano di ricercare in continuazione nuovi aspiranti attori, la compagnia riesce comunque a continuare il proprio lavoro, potendo contare sempre su nuova linfa e vitalità. A partire dal 1987 un contributo viene anche dall’assiduo impegno di Gaetano Stella che, fondando la compagnia “La Bottega dell’Arca” , dà la possibilità a ragazzi dai 10 anni in su di recitare sul palcoscenico e di mettersi alla prova superando la normale timidezza e diffidenza. Dal 1987, quindi, La Bottega dell’Arca rappresenta il vivaio ufficiale della compagnia madre, attraverso il quale i giovani attori passano prima di “spiccare il volo” verso i palcoscenici delle principali pizze umbre e non solo.

Partendo dalla fusione di antichi e infallibili meccanismi comici propri della commedia di situazione e della commedia di carattere, la vicenda mette sotto una luce corrosiva l’ipocrisia della pretesa fede religiosa di alcuni ceti sociali, ostentata solo per puro opportunismo. Con l’ironia tipica dei testi di Gaetano Di Maio ed elevando al rango di paradigma la storia di uno sperduto paese, la commedia mette alla berlina le beghe e gli interessi di bottega, le invidie e le maldicenze, l’attaccamento ai privilegi e al perbenismo di facciata della società, ovunque essa celebri i suoi usurati riti, nella grande metropoli come nel piccolo paesello. Ma, oltre ad esercitare questa pungente critica, la commedia insegna anche che il sopruso si può combattere con successo e che il destino è solamente una parola vuota, se si sceglie di agire con ferma determinazione per mutare il corso di ciò che solo in apparenza è predeterminato.